Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 30/11/2008 @ 19:25:34, in Il libro, linkato 188 volte)
(I capitoli precedenti sono memorizzati nella sezione "Il Libro"). - Finita l’udienza, col solito bottino di condannati, qualche rinvio forzato, e una assoluzione, il giudice fece rientro nella suo ufficio. Una stanza grande, ma buia, arredata come ogni squallida stanza di un ufficio italiano. L’arredo risaliva a una decina di anni prima, e il Ministero ancora non aveva autorizzato la spesa per un nuovo arredo. Il giudice non ci aveva messo niente di suo. Né un quadro, né un soprammobile, né una foto, come invece usavano fare i suoi colleghi, ma soprattutto le sue colleghe. Del resto, a pensarci bene, per quanto vivesse parte del suo tempo quotidianamente in quella stanza, non la sentiva sua. Senti’ bussare alla porta. “Avanti.” Sapeva già che era il commesso di udienza che gli portava i fascicolo di udienza nei quali doveva scrivere la sentenza. Aveva trenta giorni di tempo. Ma in genere non ci metteva più di una settimana per scriverle tutte. Non aveva mai lavoro in ritardo. I colleghi, per questo motivo, non lo guardavano di buon occhio. Loro avevano sempre un corposo arretrato, e nelle riunioni di consiglio giudiziario non gli risparmiavano qualche bordata, sebbene fossero loro in errore. Il commesso entrò col carrello dei fascicoli. Li sistemò su una sedia libera, salutò e scomparve. Il Giudice si alzò lentamente, rimase a guardare il panorama della città dalla finestra. Pescara il quel periodo era splendida. Un bel sole accarezzava le vie e i palazzi invogliando a stare all’aria aperta. Quello era il momento che più apprezzava nelle sue giornate in Tribunale. Finita l’udienza, amava trascorrere l’ora che lo separava dal ritorno a casa, gironzolando per la stanza, guardando il panorama dalla finestra, sfogliando qualche rivista, scrivendo qualche appunto, o leggendo un libro. Ne aveva sempre qualcuno non letto a disposizione in ufficio. Non di rado sorseggiava un bicchiere di liquore in piedi davanti alla piccola libreria giuridica, dove c’era sempre una monografia di fresca stampa, un romanzo da “classifica”, e un paio di classici. Sapeva che nessuno l’avrebbe disturbato in quella magica ora. Tutti sapevano che non amava ricevere telefonate, o sentir chiacchiere, di qualsiasi tipo. Finanche il Presidente del Tribunale conosceva quella sua abitudine, e giocoforza, la rispettava. Il giudice Colussi era temuto e stimato, e comunque non faceva comunella con nessuno. Non era bello, ma affascinava colleghe e funzionarie di cancelleria, impiegate e donne delle pulizie. “E’ cosi’ misterioso”, usavano dire le donne che frequentavano il Tribunale. Il giudice rimaneva apparentemente indifferente alle prudenti attenzioni femminili, anzi sembrava quasi non accorgersene. In effetti se ne accorgeva eccome, ma era come se non lo riguardassero. Alla solita ora, ripetendo i movimenti di sempre, infilò il consumatissimo cappotto, e usci’ dalla sua stanza per andare a pranzare.
 
Di Admin (del 30/11/2008 @ 19:15:09, in Il libro, linkato 181 volte)

Capitolo Secondo

L’aula era gremita di gente. Un paio di carabinieri, una decina di avvocati, uno stuolo di praticanti avvocati, testimoni, periti, ufficiale Giudiziario, e qualche curioso. Tutti ad aspettare lui, il giudice. A volte ci rideva sopra. Quando pensava al rispetto ossequioso che gli veniva riservato nella generalità dei casi. Per non avere particolari riguardi doveva imbattersi in qualcuno che non lo conoscesse. Ragion per cui, come i suoi colleghi, aveva l’abitudine di presentarsi sempre con tanto di titolo. “Giudice Colussi. Molto lieto”, usava dire. Il compiacimento che leggeva sulla faccia dello sconosciuto, per aver di fronte cotanto personaggio, un giudice!, non gli faceva piacere, bensì, lo allontanava ancora di più dalle terrene emozioni. Si sentiva, infatti, alquanto insensibile alle sorti degli altri esseri umani. Forse dipendeva dalla circostanza che, in media, ne sbatteva in carcere una decina alla settimana. Per lui l’umanità era una accozzaglia di delinquenti. Chi più, chi meno. A volte ci includeva, nell’accozzaglia di delinquenti, anche qualche collega, soprattutto se si accorgeva che si attardava un po’ troppo con gli avvocati. Genia, questa, da tenere alla larga. Non vedeva, infatti, nell’attività forense, alcuna dignità, o nobiltà, come sentiva, invece, dire dai rappresentanti più titolati del foro locale nelle grandi occasioni, come l’inaugurazione dell’anno giudiziario e simili. Si accorse di essere immerso nei suoi pensieri nonostante fosse già seduto in aula, e sebbene qualche avvocato più o meno timidamente cercasse di richiamare la sua attenzione, per qualche richiesta particolare. Odiava le richieste degli avvocati. Chi voleva un rinvio, chi voleva che si chiamasse il suo processo più tardi, insomma, per lui non era altro che una odiosa perdita di tempo. Cercò di ancorarsi al presente più saldamente, e fece segno all’avvocato che più cercava di mettersi in mostra per avanzare una richiesta, di avvicinarsi. “Sono l’avv. Pauloni, illustrissimo signor Giudice, e rappresento l’imputato Gaspari; il mio cliente non può presenziare l’udienza, per concomitanti impegni presso la Camera dei Deputati, e intendeva scusarsi, mio tramite, dell’assenza. Richiederei, pertanto, un breve rinvio, alla luce della ben motivata impossibilità, che intendo provarLe con l’esibizione della convocazione presso la Camera per la seduta odierna.” Accompagnò la richiesta con un ampio sorriso. Era evidente che l’avv. Pauloni riteneva la sua richiesta fondata e ineccepile, e quindi da accogliere, ma il sorriso finale lo indispettì. “Valuterò l’istanza di rinvio quando il processo verrà chiamato, avvocato. Vuole accomodarsi?”. “Speravo di poter ottenere il rinvio con la chiamata preliminare dei processi, anche perché ho un concomitante impegno in Corte di Appello”. “Spiacente, sa bene che rispetto l’ordine di chiamata. Può farsi sostituire, avvocato, non me ne avrò a male.” Indispettito, e col presagio di un rigetto della richiesta, l’avv. Pauloni si avviò al banco degli avvocati, balbettando qualche improperio all’indirizzo del Giudice. Il giudice Colussi rise dentro di sé e diede inizio alla udienza.

 
Di Admin (del 30/11/2008 @ 19:01:16, in Il libro, linkato 204 volte)
Comincia oggi la pubblicazione di un breve romanzo. L'autore, Luigi Stroffoli, curerà la pubblicazione di un capitolo alla settimana.
Capitolo primo.
Quando consegui' la maturità classica, con un punteggio molto buono, ancora non aveva un’idea dell’attività che avrebbe voluto fare, ma sembrò naturale a tutti, in famiglia, che approdasse agli studi di giurisprudenza. Avrebbe avuto, cosi’, un’ampia scelta, una volta conseguita la laurea.
Fu proprio durante il corso di laurea che maturò la decisione di avviarsi alla carriera della magistratura. Affascinato dall’idea di poter stabilire quale fosse il bene o il male, seppur su un territorio limitato, come può esserlo un mandamento di Tribunale.
A tutto questo pensava il magistrato Colussi, Alberto Colussi, mentre aspettava di poter celebrare la settimanale udienza penale.
Ne erano passati di anni da quando, universitario a Roma, divorava letteralmente i libri di diritto per potersi garantire la preparazione necessaria per vincere l’ambito concorso. Tutt’altro che quegli arruffoni degli avvocati, fra i quali, per trovarne uno davvero preparato, dovevi scartarne cento. Per esercitare la professione di avvocato era si, necessario superare un concorso, ma era una formalità. La vera selezione era quella che veniva fatta per diventare magistrato, anche se qualche dubbio sulla totale trasparenza anche di quel concorso, ormai, per il giudice Colussi, era diventata quasi una certezza.
La sua gioventù era trascorsa fra una lezione universitaria, un seminario di studi e la scrivania della sua stanza nella pensione “Enrica”, dove, per 230.000 lire al mese dormiva in una stanza singola, e consumava la cena. Pochissime distrazioni, nessuna donna, e tanto, ma tanto diritto.
Poi finalmente il concorso. Fra la laurea e il concorso, oltre a studiare, aveva fatto un paio di anni di pratica da avvocato. Non perché lo aveva deciso, ma perché cosi’ usava, di quei tempi. Due anni che lo avevano convinto che nulla può anche il migliore degli avvocati, di fronte al giudizio finale del giudice. Il vero artefice della giustizia era, appunto, il giudice; gli avvocati erano niente più che un condimento, più o meno saporito, ma nulla di più. Vinto il concorso, non senza qualche patema d’animo, ebbe la sua prima sede a Salerno, per poi riuscire ad essere trasferito nella sua città di Pescara, dopo quattro anni.
Ora viveva e lavorava nella sua città natale, scapolo, accudito, come quando era piccolo, dalla madre, con la quale viveva nella casa di famiglia.
Gli capitava spesso di fermarsi a rimuginare sugli anni passati nei tempi, cosiddetti, morti.
A riportarlo al suo presente fu la segretaria di cancelleria, che entrando nel suo ufficio, gli annunciò che tutto era pronto per celebrare l’udienza. E allora, il giudice Colussi, ripetendo i gesti di sempre, prese i due codici e si avviò verso l’aula delle udienze.
(fine della prima puntata).
 
Di Admin (del 29/11/2008 @ 12:30:37, in Il libro, linkato 137 volte)
A casa, controllò, come sempre, la corrispondenza. La stessa da anni, per la verità; ma non riusciva a rimanere impassibile emotivamente alla curiosità quotidiana dell’apertura della posta. Nello sfogliare immediatamente le buste o i plichi, per vedere da dove provenissero, c’era sempre una malcelata e febbrile avidità di novità. Le quali, immancabilmente, però, mancavano. Riponeva, inconsciamente, ogni possibilità di novità, o cambiamento, cui pur anelava, nonostante un consolidato ancoraggio ad ogni abitudine, nel servizio postale, unico ipotetico messaggero di qualcosa di nuovo. Ed in effetti qualcosa quel giorno trovò, di inspiegabilmente al di fuori della normalità. Una busta gialla, scritta a mano, con una bella calligrafia che, istintivamente individuò come femminile, formato lettera. Il suo nome era scritto chiaramente, anche se con caratteri piccoli: egregio Signor Giudice Colussi, seguiva l’indirizzo. Non volendo andare incontro rapidamente a una delusione, cosa che francamente e razionalmente ben si aspettava, preferi’ non aprire e leggera subito la lettera, ma se la infilò in tasca, immaginando cosa potesse essere scritto in quella lettera, o meglio ancora, cosa avrebbe voluto leggere in quella lettera. Fece le cose di sempre, con la busta in tasca, e ogni volta rimandando il momento dell’apertura. Ma il suo umore cambiò. La speranza di leggere qualcosa, nella lettera, che gli avrebbe portato novità, e felicità, crebbe di ora in ora, fino a diventare una certezza. Non aveva bisogno più di leggerla davvero, quella lettera. Tutto il beneficio che avrebbe potuto trarre da una novità, l’aveva già tratto, passando le ore più belle della sua vita, da quando faceva il magistrato. L’apettativa, la felice e febbrile aspettativa di qualcosa di positivamente sconvolgente, la stava vivendo già, soltanto con la busta nella tasca. Ogni tanto la toccava, col terrore di non trovarla, o di aver sognato. Arrivò a sera, e ancora non aveva aperto la busta. Nel contempo, quel giorno, non aveva lavorato, ma era uscito a camminare per la città, come non faceva da decenni, da quando, per l’esattezza era ancora studente di liceo, e amava camminare di notte lungo le strade vuote della sua città. Andò a dormire esausto, ma felice.
 
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