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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Admin (del 14/04/2010 @ 20:21:32, in Senza vergogna, linkato 1446 volte)
La zecca è l'insetto simbolo dello Stato italiano. Si annida preferibilmente dietro le orecchie del popolo ignaro. Mangia e succhia di tutto, anche la pazienza.
Di Admin (del 13/04/2010 @ 14:49:07, in Elisa Claps, linkato 271 volte)
Agghiaccianti le novità sulla morte di Elisa.
Chissà se la verità è vicina o meno.
L'efferatezza è stata superiore a quanto fosse immaginabile, e il sangue freddo ben superiore a quello di un assassino di professione. Lasciare morire Elisa lentamente è stato come ucciderla mille volte. A questo punto, però, diventa impossibile sospettare di complici, nè di persone che abbiano potuto aiutare l'assassino quella tragica domenica. Mi rifiuto di pensare che più persone siano state capaci di conservare un comune tragico segreto senza scannarsi fra di loro per tanto tempo. Ma sono supposizioni personalissime dettate dallo sconforto. Chissà cosa è successo. E chissà se il segreto dell'omicidio sia stato condiviso successivamente fra più persone.
Temo che se verità uscirà fuori, potrebbe essere una verità parziale. Ma l'incapacità degli uomini, nel caso di Elisa, ha tenuto banco, e se è ancora un segreto lo dobbiamo alla probabile omertà di qualcuno che qualcosa doveva pur sapere su quella tragica giornata e alle lacune investigative, non solo iniziali, ma protrattesi per diciassette anni.
Un miracolo, però, dà speranza: dopo diciassette anni il caso di Elisa è più attuale che mai. La meravigliosa cocciutaggine della mamma e del fratello di Elisa, e di pochissimi altri, non hanno fatto mai calare la tensione. La Provvidenza sta facendo il resto e speriamo che continui a battere il tempo al posto degli uomini. Gli inquirenti? Solo routine e neanche tutta.
Chissà se la verità è vicina o meno.
L'efferatezza è stata superiore a quanto fosse immaginabile, e il sangue freddo ben superiore a quello di un assassino di professione. Lasciare morire Elisa lentamente è stato come ucciderla mille volte. A questo punto, però, diventa impossibile sospettare di complici, nè di persone che abbiano potuto aiutare l'assassino quella tragica domenica. Mi rifiuto di pensare che più persone siano state capaci di conservare un comune tragico segreto senza scannarsi fra di loro per tanto tempo. Ma sono supposizioni personalissime dettate dallo sconforto. Chissà cosa è successo. E chissà se il segreto dell'omicidio sia stato condiviso successivamente fra più persone.
Temo che se verità uscirà fuori, potrebbe essere una verità parziale. Ma l'incapacità degli uomini, nel caso di Elisa, ha tenuto banco, e se è ancora un segreto lo dobbiamo alla probabile omertà di qualcuno che qualcosa doveva pur sapere su quella tragica giornata e alle lacune investigative, non solo iniziali, ma protrattesi per diciassette anni.
Un miracolo, però, dà speranza: dopo diciassette anni il caso di Elisa è più attuale che mai. La meravigliosa cocciutaggine della mamma e del fratello di Elisa, e di pochissimi altri, non hanno fatto mai calare la tensione. La Provvidenza sta facendo il resto e speriamo che continui a battere il tempo al posto degli uomini. Gli inquirenti? Solo routine e neanche tutta.
Di Admin (del 12/04/2010 @ 22:42:32, in Città di Potenza, linkato 126 volte)
“La macchina comunale, insomma, non riesce a riscuotere le proprie entrate, e per sopravvivere droga i conti con le anticipazioni di tesoreria e dilata a dismisura il calendario dei pagamenti”.
Si parla della città di Potenza. Articolo a firma di Gianni Trovati sul Sole 24 Ore di oggi.
C’è poi la solita classifica, con Potenza all’ultimo posto a rischio default.
Vogliamo commentare?
Vogliamo cercare i responsabili?
No, non vogliamo commentare e non crediamo esistano responsabili.
Vuolsi così colà dove si puote e più non dimandare.
Succede, insomma, e niente di più.
Il miracolo potentino continua, l’unico posto dove il consenso elettorale accompagna sistematicamente il fallimento amministrativo.
Da noi non è richiesta capacità, né sono necessari i risultati per continuare ad amministrare.
Forse andrebbe meglio se, per governare, si scegliessero le persone col sistema del sorteggio, visto che, se li lasci fare, i potentini si fanno del male da soli, stoicamente, con perseveranza, con lucida follia.
Di Admin (del 11/04/2010 @ 10:32:42, in Regionali 2010, linkato 106 volte)
Ho letto le interviste che il Quotidiano della Basilicata ha rivolto prima a Taddei e poi a Latronico, e mi permetto di osservare quanto segue:
entrambi sono d’accordo sul fatto che la dirigenza va salvaguardata e che le dimissioni non servono a nulla.
Entrambi denunciano un sistema clientelare inossidabile.
Però.
Nessuno dei due fa seria autocritica. Nessuno dei due si assume seriamente alcuna responsabilità. Nessuno dei due manifesta chiarezza di propositi e di progetti.
Qualunque organismo, societario, sindacale, politico, sportivo, dopolavoristico, all’ennesimo risultato negativo, anzi, spesso, all’indomani del primo risultato negativo, provvede a cambiare la gestione. Nel PDL lucano, ebbene, no. Non ci pensano loro ad andare a casa, né ci pensa il direttivo romano a spedirceli, segno evidente che le sconfitte lucane sono o ritenute fisiologiche, o insignificanti, o addirittura calcolate.
In verità, nel momento nel quale i vertici del PDL accusano il PD di non avere un progetto Basilicata, non hanno il pudore di autodenunciare anche la loro mancanza di progetto alternativo o sussidiario che sia.
A Potenza il fallimento è totale, e parlo di fallimento politico, perché, per esempio, ancora oggi non hanno dotato la città capoluogo di regione di una segreteria politica, e hanno affrontato la competizione elettorale senza la prima cellula di un partito. Ma nessuno ne parla, neanche Roma pare se ne sia accorta. E il perché è da ricercarsi nella difficoltà della spartonza delle postazioni, null’altro. E questo è non solo grave, ma raccapricciante.
Latronico dice che la dirigenza andrebbe addirittura valorizzata. Ebbene quale dirigenza, quella attuale? E come la si può valorizzare? Dedicandole una poesia o portandola in trionfo?
Se poi voleva riferirsi a una dirigenza che non c’è, non si vede, o quella che sarà, sarebbe il caso che lo specificasse.
In fondo Latronico è parte integrante della classe dirigente, e quindi chiedere all’oste come è il vino, rimane esercizio inutile e inaffidabile.
Denunciare un sistema clientelare è gioco vecchio quanto Emilio Colombo, e a suonare questa canzone ha cominciato pure un neo lucano come Allam. Evidentemente spezzare le filiere di clientele a chiacchiere, o cercando di farne di proprie, senza denunciare quello che succede nelle amministrazioni, quasi quotidianamente (e anche le pietre ne sanno più di qualcosa; e mi riferisco agli incarichi pre elezioni, alla pioggia di danaro sprecato in mille maniere, fenomeni nei confronti dei quali si sussurra solo qualche parolina, lasciando intendere che i destinatari di queste politiche sono anche le opposizioni), senza battere i pugni, sconquassando in ogni maniera quel sistema che lo stesso Latronico fa intravedere come losco e ai confini con la legalità, significa interpretare a vita il ruolo di dilettanti allo sbaraglio. Volutamente o meno, sarebbe da chiarire una volta per tutte.
Infine, leggere che la responsabilità della caduta di Buccico, e del tonfo alle comunali di Matera è responsabilità di un vice segretario, quando a dirlo è il titolare della segreteria di competenza, lascia interdetti. Infatti è facilissimo porsi una domanda: ma chi ha permesso che un vice facesse tutto quello che voleva, mia zia americana?
E allora concludo con un paio di inviti:
alla attuale dirigenza, a chiedersi come mai altrove esistono ancora le dimissioni;
ai dirigenti romani, a rendersi conto che sono completamente assenti, e incapaci a gestire il fenomeno lucano, con coscienza o con incoscienza;
al bravissimo Santoro del Quotidiano della Basilicata, a cominciare a intervistare anche qualcuno che il vino lo beve e non lo vende.
A tutti, salute e libertà, delle quali abbiamo assoluto bisogno.
Di Admin (del 10/04/2010 @ 15:25:45, in Regionali 2010, linkato 126 volte)
-Prego
-Prego, figurati
-Di niente, ci mancherebbe
-Dovere
-l’ho fatto con vero piacere
-ma grazie a te
-prego, pregononcèdicchè
-ma ti prego
-per te questo e altro
-sai che puoi contare su di me
Uffa. E’ finita. Sono a casa. Non ho mai ricevuto tanti ringraziamenti come oggi. Eppure io un voto ho dato, ma tutti lì a ringraziarmi, da ogni angolo di muro. Che educati, però. Tanti soldi spesi per ringraziarmi e neanche li ho votati. Mi sa che la prossima volta se lo sono proprio guadagnato un voto. Ma sempre uno ne posso dare, però. Accidenti che problema. Ci vorrebbero più preferenze. Toh! Una decina, e almeno non mi vergogno a ricevere i ringraziamenti.
E dire che avevo evitato il corso. Ma pure sull’autostrada ce n’era uno che guardandomi negli occhi mi sussurrava dolcemente “grazie”. Che signori. Chissà quanto gli sarà costato. Quante spese ci avrebbero fatto tante famiglie con quei soldi?
E va bè, ma che c’entra, questo è populismo. Ah!, il mio è populismo.
E sì, uno non solo ti ringrazia.
Ma poi perché mi ringraziano? Il mio è un dovere civico, si dice.
E no, ti ringraziano perché gli hai regalato altri cinque anni di pacchia.
Come come?
Sì, di pacchia. Poi, fra cinque anni, se ne verranno che l’evoluzione incalza, che siamo al centro del futuro, quasi sulla luna, attico su Marte vista Giove, nanì nanera. E punfete, giù a ricascarci, e loro a ringraziare, per altri cinque anni di pacchia.
Almeno mi tranquillizza il fatto che io non devo ringraziare nessuno, proprio nessuno. Vivo male, ma sono servito e riverito, cercato e ringraziato. Ogni cinque anni. Che pacchia, la mia!
-Prego, figurati
-Di niente, ci mancherebbe
-Dovere
-l’ho fatto con vero piacere
-ma grazie a te
-prego, pregononcèdicchè
-ma ti prego
-per te questo e altro
-sai che puoi contare su di me
Uffa. E’ finita. Sono a casa. Non ho mai ricevuto tanti ringraziamenti come oggi. Eppure io un voto ho dato, ma tutti lì a ringraziarmi, da ogni angolo di muro. Che educati, però. Tanti soldi spesi per ringraziarmi e neanche li ho votati. Mi sa che la prossima volta se lo sono proprio guadagnato un voto. Ma sempre uno ne posso dare, però. Accidenti che problema. Ci vorrebbero più preferenze. Toh! Una decina, e almeno non mi vergogno a ricevere i ringraziamenti.
E dire che avevo evitato il corso. Ma pure sull’autostrada ce n’era uno che guardandomi negli occhi mi sussurrava dolcemente “grazie”. Che signori. Chissà quanto gli sarà costato. Quante spese ci avrebbero fatto tante famiglie con quei soldi?
E va bè, ma che c’entra, questo è populismo. Ah!, il mio è populismo.
E sì, uno non solo ti ringrazia.
Ma poi perché mi ringraziano? Il mio è un dovere civico, si dice.
E no, ti ringraziano perché gli hai regalato altri cinque anni di pacchia.
Come come?
Sì, di pacchia. Poi, fra cinque anni, se ne verranno che l’evoluzione incalza, che siamo al centro del futuro, quasi sulla luna, attico su Marte vista Giove, nanì nanera. E punfete, giù a ricascarci, e loro a ringraziare, per altri cinque anni di pacchia.
Almeno mi tranquillizza il fatto che io non devo ringraziare nessuno, proprio nessuno. Vivo male, ma sono servito e riverito, cercato e ringraziato. Ogni cinque anni. Che pacchia, la mia!
Di Admin (del 10/04/2010 @ 14:46:35, in Città di Potenza, linkato 82 volte)
-Figliolo da quanto tempo non ti confessi?
-Da tanto, Padre.
-Da ieri? E cosa hai commesso in questa giornata di tanto grave da sentire il bisogno di aprirti di nuovo?
-Non da ieri, Padre, ma da tanto tempo. Ho commesso molti peccati, e anche gravi.
-Si sono seccati? E cosa?
-Peccati, Padre, peccati.
-Steccati?
-Non fa niente, Padre. Devo confessare che ho rubato.
-Cosa hai trovato?
-R U B A T O! Padre, perbacco ma ci senti o no?
-Giurato? Ma non devi giurare nella confessione, ti credo. Allora cosa mi hai combinato da ieri a oggi?
-Padre, non mi confesso da dieci anni. E ho rubato, r u b a t o dei soldi.
-Hai sudato, figliolo? Ma non è peccato.
-R U B A T O i soldi in canonica, Padre, e che cappero!
-C O M E? Rubato i soldi in canonica, mascalzone, restituisci subito tutto.
-Smentisci subito tutto?
-R E S T I T U I S C I!!!!!!
-Padre mi dispiace ma non sento bene. Sai che c’è? Non mi confesso più. Ciao.
-Avanti un altro.
-Da tanto, Padre.
-Da ieri? E cosa hai commesso in questa giornata di tanto grave da sentire il bisogno di aprirti di nuovo?
-Non da ieri, Padre, ma da tanto tempo. Ho commesso molti peccati, e anche gravi.
-Si sono seccati? E cosa?
-Peccati, Padre, peccati.
-Steccati?
-Non fa niente, Padre. Devo confessare che ho rubato.
-Cosa hai trovato?
-R U B A T O! Padre, perbacco ma ci senti o no?
-Giurato? Ma non devi giurare nella confessione, ti credo. Allora cosa mi hai combinato da ieri a oggi?
-Padre, non mi confesso da dieci anni. E ho rubato, r u b a t o dei soldi.
-Hai sudato, figliolo? Ma non è peccato.
-R U B A T O i soldi in canonica, Padre, e che cappero!
-C O M E? Rubato i soldi in canonica, mascalzone, restituisci subito tutto.
-Smentisci subito tutto?
-R E S T I T U I S C I!!!!!!
-Padre mi dispiace ma non sento bene. Sai che c’è? Non mi confesso più. Ciao.
-Avanti un altro.
Si avventò con una ferocia che non credeva di poter mai provare sul biondo e belloccio bellimbusto; lo colpì più volte con pugni e calci; si calmò solo quando lo vide piangere.
La vista del giovane piangente lo turbò, ma ritenne doveroso finirlo con un calcio nella pancia.
Quindi si aggiustò la giacca, si pulì le mani insanguinate con il fazzoletto e uscì dal sogno.
Una sensazione amara in bocca, la solita, e una leggera ansia lo allontanarono definitivamente dal torpore e lo catapultarono in una nuova giornata.
Indugiò a lungo davanti a una tazza di caffè che si era preparato svogliatamente, mentre i più svariati pensieri gli attraversavano la mente. Questa era diventata un crocevia di idiozie pensate e immediatamente dimenticate. Per la prima volta la sua mente lo annoiava, non riusciva più a mandare niente di inedito, niente che non fosse già stato pensato o sognato.
Questa considerazione lo irritò.
Allora ricordò il sogno, “almeno i sogni non mi tradiscono”, pensò sorridendo, “e continuano a regalarmi momenti da protagonista”.
Lui che protagonista non lo era mai stato nella realtà. Ma era poi davvero necessario essere “protagonisti” nella vita di tutti i giorni?
E cosa significava, poi, essere protagonisti; bah!
Arrivò in ufficio con quel minuto di ritardo che non nessuno gli rimproverava mai. Sedette dietro al suo computer e lo accese pigramente.
Di fatto una cosa era assolutamente certa: del suo lavoro non gliene importava un fico secco. Ma chi avrebbe mai potuto entusiasmarsi a quel lavoro? Come avrebbe mai potuto avere un qualsivoglia fascino? E c’era davvero qualcuno al mondo capace di compiacersi di immettere dati nel computer in riferimento a persone che non avrebbe mai conosciuto?
Dopo aver letto la posta elettronica digitò l’indirizzo del solito quotidiano a tiratura nazionale e si immerse nelle notizie del giorno. Poi scorazzò su face book, commentando ironicamente il post di un amico, fino a che gli occhi non gli si stancarono. Allora chiuse il computer e andò al bar per un caffè.
Al bar origliò i discorsi che la barista, mediamente carina, mediamente avvenente, mediamente simpatica, mediamente sexy, faceva con gli avventori che presidiavano il bar abbozzando un corteggiamento che non sfociava mai in nessuna proposta concreta, pagò e tornò in ufficio, esclusivamente per salutare, timbrare e sbirciare il di dietro della collega in quel momento incautamente piegata sulla scrivania.
Pranzò e schiacciò un pisolino.
In serata andò a fare due passi sul corso, scambiò qualche chiacchiera con conoscenti e vecchi amici, e quando si accorse di essere abbastanza infreddolito rincasò.
Mangiucchiò qualcosa, bevve una birra e si sorbì tutte le trasmissioni politiche che davano in Tv, e alla fine, mezzo addormentato si portò in camera da letto.
Si spogliò, gettando gli indumenti sulla poltrona, sbadigliò e sorrise: finalmente a nanna, finalmente un po’ di vita. Chissà cosa avrebbe sognato stavolta.
Il sole, tiepido, gli riscaldava le gambe distese sul cartone. Poggiato sulla parete del palazzo antico sul corso, contava le monete ricevute dai passanti in quell’ora di elemosina.
Il vecchio berretto nel quale venivano gettate le monete era quasi colmo, e decise di svuotarlo. Aveva imparato, infatti, che il cappello non doveva essere mai completamente vuoto, né troppo pieno, per risultare invitante.
Un filo di barba, un berretto calato sulla fronte, vecchi occhiali da sole, ma più che altro l’abbigliamento da barbone, lo rendevano irriconoscibile. In ogni caso preferiva cambiare città per chiedere l’elemosina. Ogni volta una città diversa. Fino ad ora non aveva mai dovuto farla nella stessa città. Ma non era tanto che si dedicava a questa nuova pratica. Erano quasi tre mesi per tredici sabato.
In tutto aveva raccolto quattromila euro, di cui millecinquecento in un solo giorno.
Si alzava la mattina alle quattro e prendeva un treno. Le stazioni ferroviarie, in genere, erano molto vicine ai centri storici, ma non gli dispiaceva camminare. Già da qualche giorno aveva deciso di aggiungere un altro giorno alla settimana di elemosina camminata, così avrebbe unito al piacere di fare l’elemosina quello di camminare. Insomma ad un passo dalla felicità.
In effetti faceva un lavoro che, alla lunga, lo aveva nauseato, e la terapia per disintossicarsi consisteva proprio nel fare l’elemosina.
Se lo avessero saputo i suoi colleghi e i suoi clienti chissà cosa sarebbe successo, ma in fondo, un alone di tipo un po’ strano l’aveva sempre accompagnato, e poi, non gliene importava niente. Abbandonare, per un giorno, cellulare, penne, giornali, appuntamenti, ansie, adempimenti e obblighi di ogni tipo, gli faceva davvero bene. Scomparire dal palcoscenico, giocare ad avere bisogno dell’elemosina, sorridere alle persone generose, scambiare due chiacchiere con quei giovanotti curiosi che, nella sua figura, intravedevano qualcosa di misterioso, non riconoscendo il solito barbone, lo faceva sentire quasi onnipotente.
Arrivato nel centro storico della città di turno, si sceglieva un posto accarezzato dal sole, stendeva il cartone e faceva trascorrere le ore. Poi, a fine serata, quando tutti andavano a cena, lui raggranellava cappello, cartone e tascapane, se ne tornava in stazione, e sul treno schiacciava un pisolino.
Quel giorno racimolò quasi trecento euro.
Arrivato a casa, depose l’incasso in un grande tiretto, unendolo agli incassi precedenti, si fece una doccia, si vestì di tutto punto e andò a cena con i soliti amici.
Fu brillante come al solito, ma non raccontò nulla del suo sabato speciale.
Prima di addormentarsi decise che avrebbe fatto l’elemosina fino a raccogliere centomila euro, dopodiché avrebbe deciso come sarebbe di nuovo cambiata la sua vita e come avrebbe usato il danaro accumulato.
Beffardo il neo rieletto Presidente della Regione Basilicata, quella del petrolio, per intenderci, ci ha comunicato, magari ce ne fossimo dimenticati, che l’innovazione continua.
Ce lo aveva mandato a dire come cartello elettorale, ora ce lo ripete accompagnando un bel ringraziamento per i voti ottenuti.
Io non sono fra quelli che lo ha votato, ma suppongo che l’innovazione riguardi anche me.
E mi chiedo se l’innovazione partirà dalle Calabro Lucane o dalle strade che fungono da infrastrutture mascherate, però, per un eterno carnevale, da mulattiere.
Oppure se riprenderà dalle scuole malmesse o dalla revisione delle royalties, dalla spiaggia che fu nel metapontino o dalla bonifica dei siti inquinati. Dall’acquisto degli immobili Asi o dai corsi che non hanno mai formato nessuno e ingrassato pochi. Questi ultimi sono talmente ingrassati che mi chiedo quando verrà il loro Natale e quando verranno trasformati in salsicce.
Oppure potrebbe ripartire dalle convenzioni agli amici, dalle mille inadempienze, dalla burocrazia lenta e macchinosa, o dai trenini Rivarossi che ci ritroviamo.
Ma sono tutte domande scherzose, perché l’importante è che l’innovazione continui.
Solo una cortesia chiedo al super Presidente: potrebbe dichiararci prima quali saranno i prossimi passi di questa tanto gridata evoluzione? Sì da consentirci una verifica?
L’infedele.
Non è un mistero che, cambiati i governi, la musica è rimasta sempre la stessa, in Italia. In Basilicata non sono cambiati neanche i governi, quindi non c’è contro prova, ma tutto lascia immaginare che la musica sarebbe stata simile.
Non è più possibile identificarsi con una formazione o con un’altra, perché i partiti hanno abdicato all’idea di avere un’ idea e inseguono i sondaggi.
Prima di prendere posizione su un tema etico o altro, la politica si interroga su cosa la gente vorrebbe, e si orienta di conseguenza.
Evidentemente questa non è politica ma è esattamente anti politica.
Il risultato è che non è più possibile sentirsi di sinistra come di destra.
Il Governo prende coraggio e impone una scelta solo quando questo serve ad allontanare i processi che incombono.
Questa politica è ovviamente malata, molto malata.
Pensate anche i movimenti alternativi, che pur stanno riscuotendo un bel successo, non offrono idee, ma sono semplicemente contro, tutto e tutti.
Sembra che la politica sia ridotta alla rincorsa del potere, costi quel che costi, anche non avere più il senso originario della politica.
Le strategie, poi, sono sempre le stesse, chiunque operi: sistemare i propri fidi ovunque, anche se non valgono niente: e l’occupazione è senza frontiere; si punta, infatti, ad avere il Procuratore Generale come il dirigente con la casacca, più o meno visibile, l’impiegato come la guardia giurata, allineati e coperti.
Per il resto ciccia.
A chi non abbia una cambiale da pagare si prospetta il vuoto ideologico, il deserto delle idee, e questi è costretto a non scegliere, o a votare per dispetto.
La politica tarda a rinnovarsi, poi, perché è permeata di gente che non ha idea di cosa possa essere un’ idea di politica, o l’interesse generale. E le giovani leve vengono tirate su a forza di clientelismo, o di premio alla fedeltà.
Temo andrà sempre peggio, fino a quando lo scollamento sarà totale e non ci sarà più un centesimo per sfamare le clientele.
Ma questo punto di non ritorno potrebbe riservare sorprese, e non prevederle dà la misura della cecità di questa politica tesa solo a sfamare la propria avidità.
Tante belle cose a tutti quanti.
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